venerdì 16 gennaio 2009

Vita al telefono

Call Center Non amo aver a che fare con i call center, tristi non-luoghi della falsa cortesia e della vessazione travestita da paternalismo. L’unica cosa utile, in quei minuti di sofferenza tra musichette che richiamano lo spot in voga al momento (“la metto un attimo in attesa”) e l’immancabile “problema al terminale”, è distrarsi ascoltando il sottobosco di voci ed eventi che scivola dietro la voce dell’addetto di turno.

Due casi tipo dall’esperienza di questa mattina:

- prima chiamata (ad una società di caratura nazionale): mentre il terminale impazzisce, lentamente si leva un cicaleccio da scolaresca al suono dell’ultima campanella (“allora, sciao a tutte! ebbuon uikkende…”); alla fine la voce della mia interlocutrice viene fagocitata dallo sfondo e ignoro la maggior parte delle sue ultime parole –inoltre rimango con il mio problema

- seconda chiamata (ad una piccola società di servizi della zona): risponde chiaramente l’unico impiegato presente al momento,  un po’ spaesato dalla mia richiesta (in realtà banalotta, anzichè no); sparisce per andare a conferire, mentre dall’apparecchio escono lamentazioni salmodianti (nel senso che proprio cantavano Salmi: forse era la radio); torna con una proposta abborracciata lì per lì, però almeno risolutiva

2 commenti :

  1. luciano ha detto...

    I call center sono una delle invenzioni umane che più danno ai nervi: per i poveracci che ci lavorano e per i poveracci che devono chiamare.
    Auguro una lunga diarrea a chi li sfrutta.

  2. kanapapparapà ha detto...

    E' colpa tua che chiami durante l'happy hour!